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    Furio Colombo

    17/11/2000
    L'informazione nei tempi di Internet


    Come cambia l'informazione con i nuovi mezzi di comunicazione? La parola a Furio Colombo.
    Leggende metropolitane e buona informazione. Come è cambiato il giornalismo di guerra.

    di Laura Massacra


    "Internet non danneggerà la tv né i giornali ma di certo cambia le carte in tavola". Nessuna rivoluzione ma un cambiamento di prospettiva. E' questa secondo Furio Colombo la novità portata da Internet nel mondo dell'informazione. Una novità di prospettiva simile a quella introdotta dalla stampa e dalla televisione. "La grande tradizione della comunicazione orale non è cessata quando Gutemberg ha inventato la stampa; l'invenzione della stampa quotidiana non ha fatto diminuire la creazione e la circolazione di notizie secondo canali indipendenti da quelli ufficiali. La televisione ha cambiato le abitudini dei giornali ma non ha stroncato i giornali".


    Ma cosa cambia, in pratica, con Internet?

    Internet porta una platea infinitamente più vasta di partecipanti e porta ad una disponibilità infinitamente più grande di fonti e notizie. Ci arricchisce e ci mette in condizione di dover fronteggiare una grande sfida. Siamo più ricchi perché sappiamo o perché siamo messi in condizione di sapere molto di più. Nello stesso tempo siamo più poveri perché dobbiamo dotarci rapidamente di criteri per capire sia cosa vogliamo sapere di più che cosa non vogliamo sapere. Il rischio che l'inutile pesi sull'utile o addirittura sull'indispensabile è molto grande. E' come fare una valigia molto pesante riempiendola di cose che non ci serviranno nel luogo in cui stiamo andando.

    Questo è, a mio parere, il vero problema di chi frequenta Internet. La Rete è un magazzino straordinario di notizie vare, false, nobili o ignobili. Il problema grandissimo è cosa farne. Questo ci fa desiderare e immaginare una situazione formativa nella quale le scuole siano più agili, il rapporto con la realtà più fresco e tale da permettere una capacità di interpretazione che faccia di ognuno di noi della gente che produce e, allo stesso tempo, che consuma le notizie con intelligenza.

    In un suo intervento al recente convegno di Bologna su "Informazione, conoscenza, verità" lei ha parlato di "leggende metropolitane". Citandole ha detto che si situano in prossimità di strisce ed eventi che appassionano e nello stesso tempo preoccupano. Ma che rapporto esiste tra giornalismo e leggende metropolitane?

    Esiste un rapporto molto forte. Intanto definiamo che cosa si intende per leggenda metropolitana. La definizione è dei dipartimenti di folklore, di sociologia ma anche di giornalismo delle università americane. Le leggende metropolitane sono alcuni fatti che vengono creduti appassionatamente come veri dall'opinione pubblica ancora prima che dai giornalisti. Le leggende metropolitane sono un po' come le barzellette, non si sa chi le ha messe in giro per primo; sono anche come le voci di cui parlava Manzoni: le voci dell'untore. Infatti le leggende metropolitane sono di solito sono cupe, tragiche. Ma sono profondamente credute, diventano notizie, vengono trattate dai giornali, dalla tv, dai politici come se fossero una realtà.

    La più straordinaria delle leggende metropolitane, quella che continua a farsi strada attraverso i media e che compare anche in questo periodo sui giornali italiani, è quella del commercio degli organi. So benissimo che nel dirlo mi espongo perché tanta gente crede che esista il commercio di organi specialmente attraverso il rapimento di bambini per creare un magazzino di riserva di organi…questa persuasione è talmente diffusa che io so di parlare, in questo momento, ad uno schieramento di spettatori che certamente sono sorpresi di quello che sto dicendo; eppure posso dire senza tema di nessuna smentita che mai nel mondo, a partire dagli USA che sono il Paese più dotato di strumenti di inchiesta sia giornalistica che giudiziaria, si è trovata traccia o si è conclusa una inchiesta che portasse delle prove. Medici, scienziati, immunologi ci dicono che non è tecnicamente possibile. Il problema, però, è che le facce del male sono tante e anche cose che ci avevano detto che potessero non accadere sono accadute. Però noi sappiamo che tutte le volte che anche le più astute criminalità organizzate hanno messo in movimento una situazione di tragica perversione la situazione è stata scoperta, identificata e chiusa. Si sa chi traffica in droga, si sa chi fa un uso spietato dei bambini. Le tragedie che tormentano il mondo sono chiare. Questa, invece, è una leggenda metropolitana che continua a girare per il mondo e che non ha a suo vantaggio alcuna inchiesta, alcun documento e continua ad essere ripetuta anche da coloro che rappresentano la legge.

    Questa, in sostanza, è l'essenza della leggenda metropolitana: un tormento del giornalismo ed un dramma nella comunicazione tra coloro che hanno responsabilità, i leader, le autorità politiche, le autorità giudiziarie, i giornalisti e coloro (l'opinione pubblica) che hanno diritto ad un'informazione piena e corretta.

    A proposito di tormenti del giornalismo e di vizi congeniti alla pratica giornalistica, si dice che esiste solo un giornalismo di guerra piuttosto che un giornalismo di pace perché meglio di altri risponde a certe logiche di mercato. Secondo lei come evolve, in relazione all'avvento dei new media, il modo tradizionale di fare giornalismo?

    Prima di tutto non credo che il giornalismo di guerra riesca meglio del giornalismo di pace. Lo prova il terribile stato del giornalismo internazionale nei giorni della guerra del Kossovo. Io ho scritto su questo un libro che si chiamava "Fine del villaggio globale" in cui ho dimostrato che soltanto la voce di Antonio Russo ha tentato di dare una informazione complessiva durante la guerra del Kossovo (e, a proposito di informazione complessiva, sto parlando di Cnn, di strumentazione americana, di grande informazione nel mondo), tutto il resto era informazione appassionata, dolente, intelligente, ben scritta su punti molto piccoli, mentre l'insieme della guerra era soltanto disponibile alle informazioni militari e le informazioni militari venivano date con un dosaggio estremo quasi inesistente.

    Dunque abbiamo una evoluzione del meccanismo "guerra" che è quasi privo di notizie, una funzione del giornalista di guerra che è quasi impossibile. Basta, ad esempio, prendere i 2 volumi che l'American Library ha pubblicato sulla guerra in Vietnam, nella quale ha raccolto tutti i testi radiofonici e televisivi e tutti gli articoli di giornale scritti dal 1960 al '75. Questi due volumi rappresentano l'intero lavoro del giornalismo americano durante la guerra del Vietnam. Queste sono le pagine più straordinarie di tutta la storia del giornalismo americano. Lo stesso non si potrebbe della guerra del Golfo e men che mai si potrebbe dire della guerra del Kossovo. Da questo confronto risalta il fatto che il giornalismo di guerra sta diventando una cosa minima rispetto al commento serio, appassionato e dolente di coloro che si trovano a commentare dei fatti che non sanno, che non vedono e che è difficilissimo testimoniare. L'alternativa diventa quindi, piuttosto, tra giornalismo sensazionale basato su fatti anche roventi e giornalismo basato sulla rappresentazione dei problemi della vita quotidiana; qui, è vero, c'è una contrapposizione e alcuni sono ancora persuasi che il giornalismo sensazionalistico, drammatico sia più conveniente.