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    Philippe Queau

    Montecarlo,IMAGINA, 19/01/1999
    Il futuro di Internet piazza pubblica mondiale
  • Secondo Queau la convergenza digitale può avvenire tecnicamente ma non fisicamente. Non tutti i tipi di immagini con cui lavoriamo sono fruibili nello stesso modo. A seconda dell'uso professionale che se fa alcune si devono vedere necessariamente a una certa distanza ed altre si elaborano e si leggono da vicino (1) .
  • Internet dà la possibilità di creare comunità intellettuali, gruppi di interessi comuni, ma allo stesso tempo attua una forma di esclusione. Esclude chi non è connesso alla Rete, come ad esempio le gente più povera dei paesi del terzo mondo (2) .
  • Dunque una questione fondamentale per il futuro, secondo Queau, è in che modo utilizzare Internet al servizio dell'interesse collettivo dell'umanità. Sarebbe necessario creare un foro globale di discussione politica. Queau crede che una volontà politica mondiale possa svilupparsi solo a partire dalle coscienze individuali e non da una sorta di coscienza planetaria formatasi grazie a Internet (3) .
  • La convergenza per Queau è la morte della diversità e diventa sinonimo di uniformità. La rete Internet è un fenomeno interessantissimo ma contiene in nuce la morte della concreta diversità umana riducendo tutto a bit e formule matematiche (4) .
  • Il più grande rischio con la digitalizzazione progressiva di qualsiasi nostra azione, è che si creano delle banche dati sulle nostre preferenze, gusti, azioni che finora vengono utilizzate legalmente a scopo di marketing ma che, se utilizzate male, potranno davvero interferire in modo negativo nella vita di una persona (5) .
  • Lo strapotere americano è determinato dal fatto che l'insieme dei messaggi e dei dati che si scambiano nel mondo transita in un modo o nell'altro per le centrali americane (6) .
  • La piattaforma P3P per la preferenza della privacy proposta dal consorzio del World Wide Web può, solo in parte, diventare uno strumento di tutela della privacy degli utenti di Internet. Il problema è per Queau politico più che tecnico. Occorre ridefinire politicamente e filosoficamente che cosa sia l'uomo che, per rispondere alle domande del marketing, si sta trasformando in un essere "quantitativo" (7) .
  • Il problema nella elaborazione di una legge sulla privacy è quello di trovare un equilibrio fra la necessità economica di registrare dati necessari, e l'importanza di tutelare la vita privata quale elemento fondamentale della dignità umana (8) .
  • La direttiva europea sulle banche dati rappresenta un primo passo nella direzione della tutela della privacy ma, secondo l'intervistato, la politica a questo riguardo non può essere solo europea ma deve essere mondiale (9) .
  • La domanda per il futuro delle reti è: che tipo di governo mondiale vogliamo creare? La tecnologia ci obbliga a porre la questione di un governo mondiale, e non si verrà a capo di nulla semplicemente per mezzo di effetti tecnologici poiché la radice del problema è di ordine politico e sociale (10)




  • INTERVISTA:

    Domanda 1
    La mostra "Imagina '99" si apre con la tematica della televisione interattiva. Pensa che nei prossimi anni la televisione potrà davvero arrivare nelle case attraverso Internet?

    Risposta
    Credo che il tema della convergenza sia al contempo giusto e sbagliato. E' giusto perché è indubbiamente vero che c'è una certa convergenza fra le varie tecniche. Ad esempio si può accedere a Internet da una postazione televisiva, o al contrario si può vedere la televisione via Internet. Ciononostante, dobbiamo distinguere fra due tipi generali di immagini: le immagini che si guardano perché sono spettacolari, e quindi lo si fa da più lontano, per avere una certa comodità visiva, e quelle che si leggono, che si elaborano e a cui ci si accosta da vicino. A livello puramente fisico, non si avrà mai una convergenza fra le immagini lontane, che vanno guardate comodamente, e le immagini vicine, a cui si lavora come se si leggesse un libro. Domani avremo poi una terza categoria di immagini, ossia quelle entro cui abiteremo e vivremo, immagini della realtà mista o della realtà estesa nelle quali si mescoleranno reale e virtuale. C'è dunque ancora un terzo tipo di immagini che rappresenterà senza dubbio il futuro di "Imagina": sono immagini che si applicheranno ai muri entro cui vivremo, o negli uffici, per potersi connettere agilmente con i mondi virtuali che saranno sempre più disponibili in Rete. Riassumendo, abbiamo tre ordini di immagini: quelle che si guardano, cioè quelle dello spettacolo e della televisione, le immagini che si elaborano e che si leggono da vicino in quanto hanno un carattere più astratto, matematico e professionale, e infine le immagini al cui interno si abita, nel senso che si troveranno nel nostro ambiente. Queste tre classi di fruizione, questi tre tipi di immagini non potranno convergere perché corrispondono a posizioni del corpo molto diverse. Perciò credo che i dibattiti sulla convergenza siano un po' troppo tecnici e troppo poco sociologici. Oggi abbiamo bisogno di una riflessione sociologica sull'utilizzo delle immagini, e quanto alla convergenza, essa può ben essere possibile a livello tecnico, ma il corpo umano, da parte sua, non può venire costretto a una convergenza dettata dal mercato tecnologico.

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    Domanda 2
    Pensa che la possibilità di navigare entro paesaggi tridimensionali, in mondi virtuali, aiuterà in qualche modo la socializzazione, oppure no? La televisione si è rivelata anche un mezzo per socializzare: all'interno di una famiglia, ad esempio, è possibile una ricezione collettiva. Ma la televisione interattiva e i media personalizzati sono basati sulla ricezione individuale. E' dunque vero che l'individuo si troverà sempre più solo, oppure sarà realmente in grado di socializzare all'interno delle nuove reti?

    Risposta
    E' una questione ambigua. Da una parte Internet permette una maggiore solidarietà intellettuale sull'intero pianeta; le comunità scientifiche e professionali possono ormai ricorrere a tecnologie come Internet per dar vita a forum di dibattito e per incontrarsi nell'ambito dei newsgroup. Dall'altra, su Internet non si trovano che i propri simili, persone di una stessa categoria, e d'altronde è proprio questo il principio del newsgroup o del gruppo di interessi: ci si ritrova assieme a quanti fanno parte della propria comunità, e in tal modo si forma una sorta di tribù o di tribalismo, un ghetto intellettuale. Non può parteciparvi chi non è connesso a Internet oppure chi appartiene davvero a un'altra classe, come i poveri, gli esclusi, coloro che vivono in un paese in via di sviluppo dove non c'è la connessione a Internet. Ad esempio, in Africa meno di un africano su cinquemila ha accesso a Internet, e perciò su Internet non si incontrano africani. E' la prova che Internet favorisce piuttosto una certa cultura omogenea, sebbene al contempo renda possibile anche l'incontro con forme di diversità. Internet presenta insomma sia un aspetto positivo che uno negativo: dà la possibilità di creare comunità intellettuali, gruppi di interessi comuni, ma allo stesso tempo attua una forma di esclusione. Il problema è che, a mio avviso, la tendenza prevalente in Internet è quella che favorisce piuttosto un'attitudine all'isolamento, perché ci si mette davanti a uno schermo che funziona un po' da isolante sociale, nonostante si abbia in tal modo la possibilità di collegarsi all'esterno tramite la posta eletronica, ad esempio. Credo che la grande sfida che attende queste tecnologie sia ricreare il Foro, l'Agorà, che sono i fondamenti stessi della vita pubblica. Quel che mi preoccupa è che si verifica una scomparsa del luogo pubblico reale a vantaggio di luoghi pubblici virtuali, i quali però non funzionano come la piazza dell'Agorà greca o come il Foro repubblicano. Il problema odierno è che la Res Publica, la cosa pubblica non è precisamente conforme ai canoni della cosa virtuale; quest'ultima è appunto di natura tribale, non è altro che una successione di ghetti, per quanto interessanti, ma che non rappresentano l'interesse generale. Oggi non esiste una piazza pubblica mondiale: Internet è sì un medium di dimensioni mondiali, ma proprio per questo una delle questioni politiche e sociologiche fondamentali che dobbiamo porci è in che modo far emergere un Foro pubblico mondiale, capace di incarnare l'interesse generale, per mezzo di una tecnica che essa stessa è potenzialmente mondiale. Il grosso rischio è invece di vedersi moltiplicare, come avviene oggi, i ghetti intellettuali, che contribuiranno all'implosione del senso dell'interesse generale mondiale, il quale, di per sé, non è presente fisicamente in alcun luogo. Questa, credo, è una questione fondamentale per il futuro: in che modo utilizzare certe tecnologie di mediatizzazione mondiale al servizio dell'interesse collettivo dell'umanità. Si sa come usarle al servizio dell'inte resse particolare di determinati gruppi d'influenza, come ad esempio per la speculazione finanziaria, per la soluzione di crisi militari, per lo sviluppo di certe professioni specializzate. Ma questi gruppi particolari non rappresentano necessariamente, mi pare, il più grande interesse di tutti, ossia quella cosa pubblica mondiale che rimane ancora da edificare.

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    Domanda 3
    Pensatori come De Kerckhove o Pierre Lévy hanno immaginato un'intelligenza collettiva o connettiva, e credono alla possibilità di creare una coscienza planetaria nuova attraverso Internet. Lei può figurarsi questo scenario per il prossimo millennio? Crede che l'umanità, grazie all'impiego sempre maggiore delle reti, possa davvero sviluppare nel prossimo decennio una nuova sensibilità o una coscienza collettiva?

    Risposta
    Queste idee risalgono a quelle di un autore degli anni '30 e '40, Teillhard de Chardin, che inventò il concetto di noosfera, un po' in contrapposizione alla nozione di biosfera, e già negli anni '30 affermava che avremmo vissuto un periodo di compressione planetaria con la moltiplicazione di centri urbani sempre più densamente abitati, e che questa compressione planetaria avrebbe creato i presupposti per la formazione di una noosfera, ossia di una intelligenza collettiva. Ma a differenza di Lévy e De Kerckhove, i quali sostengono che sarà la tecnica a rendere possibile tutto ciò, Teillhard de Chardin pensava che sarebbe stata una presa di coscienza interiore, e non semplicemente uno strumento tecnologico, a permetterlo. Io sono d'accordo con Teillhard de Chardin, e ritengo, a differenza di Lévy, per esempio, che l'intelligenza collettiva non sia una realtà collettiva, ma piuttosto qualcosa che non può incarnarsi in una intelligenza personale, e che si sente essa stessa responsabile dinanzi alla collettività. Di qui il problema politico di come fare in modo che ciascuno di noi si senta responsabile della dimensione collettiva. Ora, Internet come strumento è un mezzo eccellente per assumere informazioni sullo stato del mondo, ma non è un mezzo politico, in ogni caso oggigiorno non lo è, come non è neppure uno strumento di discussione politica, e soprattutto di sviluppo di una coscienza dell'azione politica e sociale. Credo che il prossimo obiettivo debba essere la creazione di condizioni che permettano l'emergere di una volontà politica mondiale. Internet può essere uno dei mezzi impiegati a tal fine, ma di per sé non è il più adatto, piuttosto il contrario. Internet favorisce troppo meccanismi di astrazione ritagliati sulla diversità dell'esistente; è uno strumento eccellente per affrontare certi tipi di problemi, ma non tutti. L'idea di Teillhard de Chardin era fondata sulla nozione di alterità: diceva che il progresso di una civiltà non si misura con l'alta capacità di astrazione o l'efficacia dei mezzi di rapp resentazione, come l'Internet di oggi, ma con l'importanza assunta dall'altro, con la capacità di integrare la differenza e l'alterità. Internet, in effetti, non è propriamente uno strumento di integrazione dell'alterità, ma piuttosto di omologazione, di standardizzazione. Prendiamo ad esempio il processo alla Microsoft: non è altro che il processo a un tentativo, d'altronde quasi necessario, di omologazione su scala planetaria in rapporto a uno strumento informatico. Dunque la vera differenza, che è misura del grado di civiltà del pianeta, non deve soltanto incarnarsi in una tecnologia che per sua natura tende a una realtà omogenea; il problema è come incoraggiare la diversità e l'alterità all'interno di una specie di visione superiore. A me sembra che Internet possa svolgere un certo ruolo a questo proposito, ma non è certo la soluzione finale. Certamente è un mezzo, ma non è affatto un luogo d'azione privilegiato e unico. Credo invece che il principale luogo d'azione debba essere l'intelligenza, o la cosci enza individuale degli individui, i quali possono bensì utilizzare tali strumenti, ma di per sé Internet non è certo la risposta ultima.

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    Domanda 4
    Visto che già la televisione ha avuto un effetto omologante, la convergenza dei media, di telefoni, computer e televisioni piò moltiplicare questo effetto?

    Risposta
    Oggi viviamo un'epoca cruciale per il futuro della nostra civiltà. Abbiamo parlato di convergenza, e penso che si possa anche usare questo termine, ma preferirei parlare di astrazione. Noi viviamo in una sorta di tendenza crescente all'astrazione rispetto alla ricchezza della diversità e delle potenzialità dell'uomo. Questa convergenza a cui lei si riferisce è anche un segno di omologazione, perché chi dice convergenza dice in sostanza uniformità, e questa uniformità non è universale ma ha un carattere fondamentalmente astratto, caratterizzato dall'importanza del numero, delle cifre, del denaro. E' insomma un essere conformi, è la convergenza del dollaro, dell'euro, dello yen e perciò della matematica, della tecnologia e degli standard. Ma tali convergenze sono assai povere, sono solo quantitative, e non rappresentano di per sé il dato essenziale della ricchezza umana. La questione-chiave dunque è proprio evitare la convergenza, non incoraggiarla, perché la convergenza è la morte della diversità. Certo, la c onvergenza è utile, come è facile immaginare: Internet è qualcosa di geniale perché rappresenta uno standard universale. Questo corto-circuito su cui si fonda la comunicazione planetaria che autorizza Internet nasconde al contempo un pericolo di uniformità. Questa contraddizione mi pare di estremo interesse per il futuro: da un lato, Internet è interessantissimo, potentissimo e tutto il mondo ne è a conoscenza; ma dall'altro, contiene in nuce la morte della concreta diversità umana, la quale non si lascia ridurre a standard, norme, formule logiche, a pratiche, leggi, a sistemi di riferimento che in definitiva non fanno altro che l'interesse di certi gruppi di pressione.

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    Domanda 5
    I legami fra televisione interattiva e commercio elettronico si faranno sempre più stretti; inoltre prende corpo una specie di controllo continuo su tutto ciò che l'individuo fa, così da poterlo identificare e classificare. Questo forse può produrre una sorta di oppressione o di invasione nella privacy del singolo. Lei ricorderà, per esempio, un film girato da Truffaut negli anni '60, intitolato "Farenheit 451", in cui il regista aveva già immaginato una televisione interattiva, che però veniva chiamata come la famiglia, e invadeva tutta la vita dei personaggi e in un certo senso li guidava. Il singolo veniva un po' robotizzato per mezzo di questa televisione interattiva che in qualche modo lo induceva sempre a compiere determinate azioni, partecipandovi sì ma entro binari ben demarcati. Lei cosa ne pensa?

    Risposta
    Credo che la minaccia alla vita privata sia una delle più gravi che oggi pesano sul nostro futuro. In particolare, c'è il rischio di venire letteralmente inquadrati per tutta la vita da sistemi di osservazione del nostro comportamento, i quali in origine saranno organizzati per scopi essenzialmente commerciali: penso alle tecniche del "data mining" legalmente autorizzate negli Stati Uniti, che oggi sono tenute sotto controllo ma ciononostante sono autorizzate, quand'anche con certe limitazioni, e in Europa nel rispetto delle direttive europee. Tutto ciò rappresenta una minaccia terribile per il nostro futuro. In effetti, ormai ogni acquisto, ogni clic su un collegamento ipertestuale, ogni chiamata telefonica, ogni transazione di qualunque natura viene registrata e a volte immagazzinata, e quindi trattata in maniera a volte estremamente indiscreta. Si può in tal modo tracciare un profilo estremamente preciso della nostra vita, a livello di acquisti ma anche di comportamenti intellettuali, visto che ormai l'uso di Internet è sottomesso all'impiego dei cookie, che registrano i nostri più piccoli percorsi mentali su banche dati che saranno inoltre sempre più facilmente accessibili. Pertanto, il grande rischio è che si vengano a costituire, su base nominativa ed estremamente precisa per ciascuno di noi, delle enormi banche dati, come già succede nel caso delle grandi centrali di elaborazione delle informazioni personali esistenti negli Stati Uniti, le quali sono legalmente autorizzate per fini di marketing. Il rischio è che non le si utilizzi soltanto per gli studi di mercato ma, ad esempio, per rifiutare prestiti, per far sapere al vostro futuro datore di lavoro che voi non avete proprio un profilo perfettamente corretto giacché visitate questo o quel sito, e così via. E' un 'Big Brother' alla ennesima potenza, con una memoria numerica, uno stoccaggio sistematico della vostra vita che non verrà mai più cancellato. E' perciò un rischio estremamente reale, che si rispecchia in un rischio politico, come hanno rivelato un giornale italiano e, in seguito, uno francese, riprendendo uno studio del Parlamento Europeo: è stata la scoperta di uno scandalo, ossia della sorveglianza attuata da cinque paesi anglosassoni, su scala mondiale, al fine di osservare e analizzare diversi miliardi di comunicazioni al giorno, dalla posta elettronica, ai fax e ai telefoni.

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    Domanda 6
    Intercettati direttamente via satellite?

    Risposta
    Sì, riguardava tutti i nodi di comunicazioni, sia via satellite che attraverso i centri di elaborazione e ritrasmissione. Lei sa che oggi gli Stati Uniti rappresentano il principale centro mondiale di snodo per la ritrasmissione dei messaggi di posta elettronica. Dal momento stesso in cui la posta elettronica diventa lo strumento principale, superando persino il telefono, dal 1998, sulle reti circolano più e-mail che messaggi vocali, e quando questo si scopre sono proprio gli Stati Uniti a figurare oggi come i principali operatori fra i provider dei fornitori di servizi Internet. I primi tredici fornitori di servizi Internet su scala mondiale sono americani, e il primo europeo, la British Telecom, è al quattordicesimo posto. Perciò lo strapotere americano attualmente è tale che l'insieme dei messaggi e dei dati che si scambiano nel mondo transita in un modo o nell'altro per le centrali americane, e dunque è inevitabilmente controllabile.

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    Domanda 7
    La piattaforma P3P per la preferenza della privacy proposta dal consorzio del World Wide Web può diventare uno strumento di effettiva tutela degli utenti di Internet e delle comunicazioni che viaggiano in Rete?

    Risposta
    E' uno strumento che, assieme ad altri, va assolutamente sviluppato, perché più tutti noi avremo la possibilità di proteggere la nostra vita privata, e meglio sarà. Ma non basta. Il problema non è di natura tecnica, non lo è mai: è soprattutto politico, in quanto si può aver modo di proteggere attivamente la vita privata, ma se per un pagamento o una transazione le si chiede di dare volontariamente dei dati, altrimenti non può far nulla, allora lei è in trappola. La piattaforma P3P può essere utile a proteggere una parte della sua vita privata, e questo va benissimo, ma esiste tutta una serie di azioni, di transazioni finanziarie e commerciali per le quali lei è obbligato a indicare la sua identità e i suoi dati semplicemente per finalizzare una transazione. Qui il problema non ha nulla di tecnico: è politico. Occorre dar luogo a una riflessione politica mondiale che tenga almeno conto del fatto che esistono due punti di vista oggi contrapposti, quello americano, per il quale c'è una deregolamentazione total e senza alcun ruolo da parte dello stato, e quello europeo, che tenta di dettare regole più conformi a un interesse che definirei morale. Non c'è un punto di vista universalmente condiviso a questo proposito. Ora, quel che è in gioco è la dignità umana; occorre chiedersi, con una riflessione persino filosofica e non solo politica, cosa sia l'uomo oggi, se è diventato un prigioniero, se viene spogliato e messo a nudo in tutte le sue transazioni di qualunque natura esse siano, e se non è ormai che un oggetto unico di marketing, un essere quantitativo. Credo che questa sia una prospettiva che non può non inquietarci.

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    Domanda 8
    Quand'è che ci sarà anche in Francia una legge per la tutela della privacy?

    Risposta
    In Francia esiste da molto tempo, dagli anni '70, la CNIL, la Commissione Nazionale Informatica e Libertà che normalmente proibisce la costituzione di file nominativi di qualunque genere. E' una legge che data a un'epoca in cui il fenomeno era ancora raro, ma che proibisce la creazione di schede nominative in genere, e specialmente per gli organismi pubblici. In effetti, oggi i file nominativi si sono moltiplicati, non ne esistono a decine o a centinaia, ma a decine di migliaia, a milioni, nei vari ambiti della vita quotidiana. Tutti costituiscono fascicoli intestati ai loro clienti, e pertanto questa legge che pure esiste, in pratica viene beffata. Le cose sono arrivate a un punto tale che la legge non può essere rispettata; in principio c'erano buone intenzioni che però risultano inapplicabili. Il problema è quindi assai complesso, perché non si può sovralegiferare, e non si può legiferare inadeguatamente in relazione a questa questione, perché altrimenti l'intera attività economica rischia di subirne le c onseguenze. Occorre dunque soffermarsi a riflettere in modo molto più approfondito sull'equilibrio fra la necessità economica di registrare dati necessari, e dall'altra parte l'importanza di tutelare la vita privata quale elemento fondamentale della dignità umana.

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    Domanda 9
    Dunque all'Europa spetta davvero un ruolo centrale a tale proposito: questa riflessione deve essere ormai europea, e non può venire condotta paese per paese, dalla Francia in un modo, dall'Italia in un altro. E' iniziato questo approfondimento all'interno del Parlamento Europeo, o in seno al Consiglio d'Europa? Lei vede segnali in tal senso, o ancora no?

    Risposta
    Sì, in Europa si è avviata questa riflessione, specialmente con la direttiva europea sulle banche dati e la tutela della privacy, che propone una visione assai più umanistica della protezione del privato, rispetto a quella prevalente negli Stati Uniti. Il dibattito è dunque cominciato, ma temo che questo non sia sufficiente perché se anche una tale riflessione venisse condotta a livello europeo rimarrebbe molto semplice realizzare all'estero, grazie alle possibilità offerte dalle reti mondiali, quelle elaborazioni che verrebbero proibite in Europa. Questo, del resto, è esattamente ciò che accade oggi, in quanto le elaborazioni numeriche delle schede personali vietate in Europa, vengono effettuate negli Stati Uniti, e se anche venissero vietate negli Stati Uniti, il che non è verosimile visto che anzi vengono incoraggiate, si potrebbero realizzare in uno di quei paradisi fiscali che diverrebbero paradisi di dati più che fiscali. Pertanto il problema è di giungere a decisioni mondiali intorno a tali questioni, cosa che è di là da venire. Ecco di nuovo l'urgenza per noi di riflettere sul principio di interesse generale planetario; l'iniziativa europea in materia è necessaria, ma non è sufficiente.

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    Domanda 10
    Cosa si attende di positivo dall'evoluzione delle reti nei prossimi anni?

    Risposta
    La cosa più importante è che queste tecniche ci fanno comprendere che ormai tutto è collegato, proprio come il buco nell'ozono o l'inquinamento nucleare o il pianeta blu visto dal satellite hanno mostrato la forte integrazione del nostro pianeta in riguardo a questi elementi ambientali e geofisici, ma anche a proposito di problemi di ordine geopolitico. Oggi dobbiamo prendere coscienza del fatto che queste tecnologie rappresentano una specie di innesco automatico per riflettere sul modo di governare il mondo. Questi problemi non si risolvono a colpi di tecnologia, ma la tecnologia, in virtù della sua forza, ci obbliga a porre la questione di un governo mondiale, e non si verrà a capo di nulla semplicemente per mezzo di effetti tecnologici poiché la radice del problema è di ordine politico e sociale. Perciò, direi che il messaggio positivo che mi piacerebbe lanciare è che la tecnologia mondializzata di Internet e dell'informatica è un formidabile stimolo ad affrontare questioni politiche mondiali, come ad ese mpio: "Che tipo di civiltà mondiale vogliamo creare? Quale specie di etica, quale visione dell'uomo possiamo oggi non soltanto immaginare ma tradurre in leggi a livello mondiale?" Ed è una domanda a cui la tecnologia non potrà rispondere, ma che essa ci obbliga a porre.

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